I tanti pendolari che per studio, lavoro o tempo libero devono spostarsi utilizzando le ferrovie italiane, sanno più che bene i rischi che corrono.
Ulcera perforante: verrebbe anche a un santo per aver trascorso ore sulle banchine d'attesa sperando di vedere un treno, non in orario, ma almeno in partenza;
raffreddore e sintomi influenzali: causati dall'aria condizionata che tanto piace ai capotreni del Minuetto quando fuori ci sono 37 gradi centigradi;
malattie contagiose e non, punture ed infezioni: prese a contatto con sedili, vetri, tende e quant'altro di più lercio non ci sia, nidi d'insetti ed escrementi di altre bestie
Oltre a questo c'è anche il rischio che...il tetto crolli.
E' un pericolo da non sottovalutare soprattutto per chi ha a che fare con la stazione ferroviaria di Trieste.
La copertura delle banchine è, ad esser buoni, fatiscente: intonaco scrostato, macchie di umidità, crepe ogni giorno più profonde. E ovviamente nessuno fa nulla!
Finché si tratta di gestire l'ira funesta dei viaggiatori presi per i fondelli dopo i continui ritardi, ok, qualche strillo, due bestemmie, se proprio va male una mini rissa (a suon di parole ovviamente) e poi tutto passa. Ma qui la questione si complica: per omicidio colposo...altro che urla!
Il bello è che sotto la stessa copertura pericolante ci sono diversi uffici dei dipendenti Trenitalia e sfido provare che, logorati da decenni di frustrante servizio, vogliano addirittura suicidarsi.
Quindi? Perché nessuno fa niente?
Come sempre, perché in Italia si muova qualcosa, bisogna che al telegiornale si dica: "Era una tragedia annunciata, che si poteva certamente evitare".
La stazione di Trieste non vanta solo una struttura che cade letteralmente a pezzi, ma è anche uno dei centri d'accoglienza preferiti dai tanti clochards.
Ogni stazione che si rispetti ha i suoi "inquilini", ma Trieste, ha molto di più: come i reality insegnano, ci sono le new entry.
Da un po' di mesi, infatti, un simpatico signore, impavido e misterioso, ha messo radici su una delle panchine esterne, prima rigorosamente libera. Se ne sta, incurante del tetto precario, tutto avvolto in un sacco a pelo marrone.
Altra nuovo concorrente è il solitario balcanico: seduto sulla sua valigia con il cartone del latte e dei biscotti integrali, non parla mai con nessuno, se non con se stesso. Lui però predilige il sottopassaggio, che divide generosamente con un vecchietto, anche lui dei nuovi. Nonostante l'età sta tutto il giorno in piedi con il suo bicchiere di plastica per raccogliere l'elemosina e un piccolo zainetto di stoffa.
Il sole cala, la bora aumenta e dopo il "lavoro"...tutti "a casa".
Così la stazione si riempie e va a dormire.
Trieste non è certo l'unica città con una situazione del genere, quindi la predica è vale anche per Gorizia centrale, Venezia Mestre, Milano, Bari e via dicendo.
Visto che la stazione è uno dei tanti biglietti da visita in cui, volenti o nolenti, è sicuro che vi si debba passare del tempo, sarebbe auspicabile una cura maggiore.
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